Primi ricordi

Ep. 2 – I Primi Ricordi (3–6 anni): Ingenuità, Energia e le Prime Crepe

Proseguo il mio viaggio a ritroso, cercando di raccontare chi sono davvero.
Perché nessuno conosce nessuno fino in fondo, e spesso siamo noi stessi i primi a non ricordare da dove arriva ciò che ci ha modellati.

Questa è la mia Fase 1, quella che va dai tre ai sei anni:
il periodo dell’asilo, la scuola dell’infanzia, il primo mondo al di fuori della famiglia.
Un luogo che avrebbe dovuto essere semplice e leggero, e che invece per me è stato il primo spazio in cui ho imparato due parole che avrei risentito spesso nella vita:
inadeguatezza e diversità.


Chi ero tra i tre e i sei anni

Un bambino solare e “immaginifico”

Mi definirei ingenuo, creativo e solare.
Una combinazione pura, naturale, spontanea.
Un’energia continua, un turbine di fantasia, un modo unico di osservare il mondo attraverso occhi pieni di curiosità.

Ero felice soprattutto a casa, dove potevo essere completamente me stesso.
Ma in quel periodo ho iniziato a scoprire che esiste una distanza tra chi sei e come vieni percepito dagli altri.

All’asilo non mi sentivo nel posto giusto.
Non sapevo interpretare quella sensazione, non avevo strumenti per darle un nome, ma la riconoscevo.
Mi sentivo fuori contesto, come se qualcosa in me fosse diverso rispetto agli altri bambini.


I primi segnali di inadeguatezza

L’ambiente rigido e le punizioni

Le mie giornate all’asilo erano segnate da un ambiente rigido, inflessibile e poco attento alle esigenze emotive dei bambini.
Ricordo punizioni continue e sproporzionate che ancora oggi mi sembrano assurde:

  • venivo messo in castigo se non mangiavo tutto;
  • venivo isolato se parlavo troppo;
  • venivo ripreso se parlavo troppo poco;
  • venivo punito se tagliavo male un contorno di carta;
  • venivo spedito in un angolo durante la ricreazione per errori insignificanti.

Succedeva spesso.
Troppo spesso.

Non voglio demonizzare nessuno; erano altri tempi, altre mentalità, altri modi di interpretare l’educazione.
Ma quei momenti hanno lasciato un segno profondo, evidente, difficile da ignorare.


Il primo impatto con il concetto di “sbagliato”

Quando la tua spontaneità non è la benvenuta

A quell’età inizi a costruire le prime rappresentazioni di te stesso.
Io, in quello spazio, ero convinto di non andare bene, di non funzionare come gli altri, di essere fuori dalle righe nel modo sbagliato.
È stato lì che ho conosciuto l’imbarazzo, il senso di colpa e il peso di sentirsi giudicato.

Quella sensazione, se ti entra dentro in età così precoce, rimane.
Non ti abbandona, si trasforma, cresce con te.
E con il tempo finisce per influenzare come ti approcci alle persone, ai progetti, al lavoro.


Il ribelle che nasce dall’inadeguatezza

La risposta di un bambino che vuole essere libero

Le punizioni non hanno fatto altro che generare la mia prima forma di ribellione.
Una ribellione leggera, ironica, quasi giocosa, ma comunque ribellione.

Insieme a un paio di amici, iniziavo a cercare modi per evadere dalla rigidità di quell’ambiente.
C’erano dispetti, momenti di sfogo, piccoli atti di indipendenza che oggi mi fanno sorridere.

Arrivai perfino a saltare un anno di asilo, perché quel sistema non mi apparteneva.
Non ero fatto per stare dentro regole che non avevano alcuna logica emotiva.

Questa parte della mia vita, apparentemente così distante, ha avuto un impatto enorme sul mio modo di lavorare nel marketing e nella comunicazione.


Il collegamento con il mondo del marketing

Quando i giudizi esterni ti riportano all’infanzia

Anche nel marketing succede spesso la stessa cosa.

Lavori, crei, porti idee, strategie, visioni.
Metti competenze, energia, studio e responsabilità.
Ma basta un imprevisto, anche il più piccolo, e qualcuno ti punta il dito contro.

Non importa se hai fatto tutto in modo corretto:
il cliente che non ha compreso il processo, il collega che non conosce il progetto, la persona che interpreta male il tuo ruolo…

All’improvviso vieni percepito come:

  • inadeguato
  • non competente
  • “non all’altezza”
  • causa del problema

È la fotocopia esatta di quelle punizioni ingiuste dell’asilo.

E allora lo capisci: i contesti sbagliati creano sensazioni sbagliate.
Non sei tu.


Il punto vero: non sei sbagliato

Il valore del processo, non delle false promesse

La verità è che il marketing non è un insieme di magie o promesse miracolose.
Non è una bacchetta magica che trasforma numeri e fatturati in una notte.

È un percorso, un metodo, un insieme di scelte e di strategia.
E soprattutto: non va basato sulle aspettative inventate degli altri.

Le false promesse generano insoddisfazione.
La mancanza di comunicazione genera confusione.
La poca trasparenza genera sfiducia.

E tutto questo ricade su chi lavora con professionalità.

In questo settore non devi mai permettere a nessuno di farti sentire sbagliato.
Non devi accettare di essere giudicato da chi non conosce il processo.
Non devi lasciare che le parole degli altri ti riportino a un angolo che non meriti.

Mostra sempre il tuo valore, la tua competenza, il tuo percorso.
Guida chi hai davanti, non promettere miracoli.
E resta saldo, perché la tua storia parla per te.


Conclusione

Questa fase della mia vita è stata breve ma significativa.
È la radice di tante cose, anche del mio modo di approcciarmi al lavoro, alle persone, ai progetti e alle responsabilità.
Non è stata una fase semplice, ma è stata una fase necessaria: mi ha dato consapevolezza e ha acceso quella ribellione sana che ancora oggi mi fa avanzare.

Nel prossimo capitolo entrerò nella Fase 2 del mio percorso, quella delle scuole elementari e dell’adolescenza: un periodo in cui le dinamiche diventano più complesse, i rapporti più intensi e la ricerca di accettazione più profonda.

Ed è lì che si forma davvero la persona che sarei diventato.

A presto,
Bruno Mirigliani


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